I partigiani ad Azzarino
La presenza dei partigiani di Giuseppe Marozin e i fatti accaduti nella zona di Azzarino, a Velo Veronese, tra il luglio e il settembre del 1944. Di Alessandro Anderloni
Premessa
I partigiani sono arrivati per la prima volta in Azzarino il 13 luglio 1944.» In questa affermazione perentoria di una persona che nel 1944 aveva 15 anni e che viveva in Azzarino, in contrada Battìstari, c’è la chiave di lettura di questa ricerca. «Sono sicuro.
E’ stato quel giorno lì e basta.» Sono parole né confermatali né smentibili. Tutti i testimoni intervistati concordano nel dire che i partigiani della Divisione Vicenza, poi Divisione Pasubio, comandata da Giuseppe Marozin, nome di battaglia Vero, giunsero per la prima volta nella zona di Azzarino agli inizi del luglio 1944, ma nessuno, tranne uno, ne ricorda il giorno.
Ciò che si racconta in questo articolo è frutto di una ricerca che si basa quasi esclusivamente su fonti orali. Esse sono le uniche utilizzabili per ricostruire quanto accadde nell’estate del 1944 tra le contrade sparse sui dossi di prati e tra i radi boschi di faggio della zona a nord di Velo Veronese, dietro il Monte Purga, nel lembo di terra delimitato a est dalla strada che unisce Velo Veronese a Camposilvano e, a ovest, dalla porzione del versante orografico destro della Valle di Illasi che va da Giazza a Selva di Progno, sui Monti Lessini Veronesi. Tre circostanze rendono credibile ciò che si narra in questa ricerca.
La prima: aver intervistato e confrontato tra di loro le testimonianze di quasi tutti coloro che sono ancora in vita, che nel 1944 vivevano nella zona di Azzarino e che avevano un’età da potersi ricordare quanto accadde.
La seconda: aver raccolto decine di altre testimonianze di persone di Velo Veronese che, pur non avendoli vissuti, quei fatti li hanno sentiti narrare e li riportano molto puntualmente. La terza: conoscere personalmente tutte le persone intervistate e conoscere perfettamente i luoghi nei quali avvennero i fatti, appartenendo quelle persone e quei luoghi al paese nel quale chi scrive è nato e vive.
Alle fonti orali si aggiungono tre documenti, gli unici che si riferiscono nello specifico a quanto accadde nell’estate del 1944 in Azzarino. In essi sono contenute poche notizie che però avvalorano ciò che riportano le fonti orali. Due di essi sono stati pubblicati dalla parrocchia di Velo Veronese e redatti da don Marcellino Orlandi che fu parroco di Velo Veronese dal 1939 al 1949. Si tratta del periodico mensile Pace a questa famiglia n. 8 dell’agosto 1945 e del fascicolo patronato caduti di Velo Veronese pubblicato nel 1948 in occasione dell’inaugurazione dell’edificio parrocchiale costruito dalla gente di Velo Veronese in onore ai caduti di tutte le guerre.
Il terzo documento è il quaderno sul quale don Giuseppe Padovani, parroco di Selva di Progno per 36 annni, dal 1937 al 1973, annotò quanto accadde nel territorio della sua parrocchia, e nelle zone circostanti, tra l’8 settembre 1943 e la fine di settembre 1944. Tale diario, conservato nell’Archivio della Curia di Verona, è intitolato Memorie di guerra di Selva di Progno 8 settembre 1943 — maggio 1945 e riporta anche alcuni cenni relativi a Velo Veronese.
Il racconto che segue è desunto dalle testimonianze orali e dai documenti sopra citati. I fatti riportati sono quelli sulla cui veridicità concordano più testimoni. Le frasi virgolettate sono autentiche, così come sono state riferite, traducendole dal dialetto parlato da tutti gli intervistati. Delle singole testimonianze si è preferito non citare i nomi delle fonti.
L’elenco degli informatori è pubblicato in calce a questo articolo.
I partigiani giunsero in Azzarino nelle prime settimane del luglio 1944. «Era il tempo del fieno, sono sicuro, e a quell’epoca non si iniziava mai a tagliare il fieno prima di luglio», racconta un testimone di contrada Tece. Don Marcellino Orlandi, nel fascicolo patronato caduti di Velo Veronese, scrive: «Operò qui la brigata Marozin (Vero) che nel luglio 1944 per 10 giorni esercitò diritti sovrani su tutto il comune». È possibile che alcuni nuclei dei partigiani che avevano operato prevalentemente nelle Valli del Chiampo e dell’Agno fossero stati costretti a fuggire da quei luoghi dopo il rastrellamento tedesco del 5 luglio 1944 e che fossero giunti a rifugiarsi in Azzarino.
Qualche testimone sostiene di aver notato «movimento» di partigiani anche nei mesi precedenti, durante la primavera del 1944. Forse qualcuno stava perlustrando la zona in vista di un futuro insediamento? Don Padovani, nel suo diario, scrive, riferendosi al marzo del 1944: «I partigiani intanto si organizzano: i tedeschi ed i fascisti cominciano ad avere qualche preoccupazione. In canonica incominciano gli incontri e gli approcci. E Elio Bonamini sale frequente da Verona: si ragiona, si discute, quindi egli sale più in alto; sembra che a Velo stia organizzando un battaglione».
Ma non si hanno notizie più precise.
Azzarino è una zona ideale per l’insediamento di chi volesse nascondersi e riuscire a fuggire agevolmente. Si estende in una conca di dossi e di piccoli boschi le cui vie d’accesso sono facilmente controllabili. Le contrade, i fienili isolati, le baite, le grotte e i boschi garantiscono nascondigli sicuri. I pascoli alti, a nord, e i versanti boscosi della Valle di Illasi, a ovest, costituiscono delle vie di fuga ideali per far perdere in fretta le proprie tracce.
Con ogni probabilità per raggiungere Azzarino i partigiani risalirono il sentiero che da Selva di Progno, cingendo il Monte Sabbionara, sbuca tra le contrade Pozze e Cóvel. La contrada Pozze sembra sia stata la prima ad essere visitata. Da qui i partigiani raggiunsero le altre contrade della zona: Battìstari,Tece, Bertin, Ciarensi, Foi, Riva, Campe, Cóvel. Tutte le contrade vennero visitate, perquisite e pattugliate, quindi i partigiani ne scelsero alcune nelle quali stabilirsi. Una delle prime fu contrada Foi. «Vennero qui in contrada. Avevano un foglio con scritto il nome di Cipriano Bertoldi e Tullio Corradi. Dicevano che erano fascisti e quindi loro avrebbero preso in consegna e soggiornato nelle case dei fascisti. Mio nonno aveva la tessera del Fascio, ma non era mica un fascista come intendevano loro…» raccontano due testimoni di contrada Foi, tra i quali un ragazzo che abitava nella casa che venne presa in consegna dallo stesso Marozin, per farne la sua sporadica residenza: «Si sono sistemati ai Foi, saranno stati in 15. Marozin scelse una camera di casa mia e qui dormiva con la sua donna». Altri si sistemarono nei fienili e nelle stalle delle contrade intorno, Pozze, Cóvel, Campe e Riva. In contrada Riva due partigiani entrarono in una casa e trovarono due bambine alle quali dissero: «Noi saremo i vostri liberatori, però non dite a nessuno che siamo qui». Se ne andarono, quando ritornarono, pochi giorni dopo, dissero alla mamma: «Per un po’ di giorni staremo qui. Adesso la casa serve a noi». Un’altra volta nella stessa casa si presentò lo stesso Marozin e chiese quanti letti liberi ci fossero. «Nemmeno uno», ri spose la signora. «Allora per questa notte mi darà il suo», disse il “comandante” e si sistemò in camera, lui e la Vera, «è la mia segretaria» aveva detto agli abitanti di quella casa.
I partigiani stabilirono il loro quartier generale in contrada Riva. Lì avevano trovato e requisito una radio che ascoltavano in una stalla, durante le loro riunioni segrete. «Lì c’era il loro macello», racconta un testimone riferendosi al luogo dove avrebbero eseguito le condanne a morte.
I RASTRELLAMENTI FASCISTI E TEDESCHI
«Quando se ne andavano i partigiani, arrivavano i fascisti e i tedeschi. Quando se ne andavano i fascisti e i tedeschi, ritornavano i partigiani.» La gente attribuì la causa dei rastrellamenti tedeschi e fascisti alla presenza dei partigiani. «Se non ci fossero stati i partigiani qui non ci sarebbero stati né rastrellamenti né niente altro. Della guerra non ce ne saremmo nemmeno accorti.»
Quanti siano stati i rastrellamenti non è possibile saperlo. Né quali siano stati quelli condotti da soldati tedeschi o da “repubblichini” o da componentidelle brigate nere. I partigiani, grazie alle loro sentinelle, a qualche informatore del paese, alle agevoli vie di fuga, non furono mai sorpresi o catturati, né dovettero mai misurarsi in scorrati a fuoco. In compenso, arrivati nelle contrade e nelle case, i tedeschi e i fascisti incolpavano la gente di nascondere e di coprire i partigiani. Rovistavano nelle
stanze, perquisivano, minacciavano fucilazioni e incendi se la gente non avesse detto loro dov’erano i partigiani. Questi, avvisati dell’arrivo dei tedeschi, scappavano abbandonando cibo, vestiti e armi nelle case dove avevano soggiornato. La gente doveva correre a nascondere le armi nel pozzo o in mezzo a un cespuglio di agrifoglio o nel letamaio. E, nella tragedia, si ricordano anche scene comiche: «Due partigiani erano entrati in casa e si erano fatti dare da mangiare. Vollero anche del vino e ne svuotarono mezzo secchio da una damigiana. Stavano bevendo quando udirono uno sparo. Credendo che fossero i tedeschi furono presi dal terrore. Uno urtò la damigiana e il vino andò per tutta la cucina. Un altro chiese a mia mamma di metterlo a letto e di dire ai tedeschi che era suo figlio. Mia mamma li cacciò fuori e loro scapparono nel bosco lasciando i due fucili in casa. Mia mamma e mio zio ci mandarono a letto e intanto si davano da fare a pulire il vino per terra. Poi salirono in camera con i due fucili in braccio. Io urlavo: “Mamma, nascondili!”. Mio zio: “Dove?”. Mia mamma:”Non so! Preghiamo:Ave Maria…”.E tutti a pregare: “Ave Maria…”. Mia mamma: “Zio, vai a vedere alla finestra”. Lo zio: “C’è pieno di tedeschi! E la nostra fine!”. E invece di tedeschi ce n’era uno solo, quella notte, che aveva sparato in aria per convincere gli abitanti della contrada Foi, che si rifiutavano, ad accompagnarlo sulla strada verso il Trentino. Era fuggito da un’imboscata e voleva tornarsene a casa. Non dimenticherò mai la scena di mia mamma e di mio zio che entrano in camera con i fucili in braccio e che cominciano “ave marie”!».
Un’altra volta capitò in Azzarino un soldato tedesco a bordo di una camionetta carica di armi. Disse che voleva consegnarsi ai partigiani. Nascoste le armi, i partigiani decisero di sotterrare la camionetta, per paura che i tedeschi in rastrellamento la trovassero. Gli uomini delle contrade furono costretti a scavare un buco nel prato dei Prasséchi e a seppellirla. Le donne, con le scope, raddrizzarono l’erba che era stata schiacciata dalle ruote. Il giorno dopo i partigiani ordinarono di disseppellirà. «Noi lavoravamo e loro guardavano», racconta uno dei ragazzi che era stato costretto ad aiutare. I partigiani si travestirono da fascisti e partirono per Rovere dove andarono nelle botteghe dei Pomari e degli Erbisti a farsi dare farina, riso, conserva di pomodoro, perfino scope di paglia. La farina era qualche quintale. La suddivisero e la nascosero un poca per ogni casa e il resto nella baita di contrada Riva. Un testimone racconta che tornarono anche con 50.000 lire: «Se le spartirono alla Tece. Erano in 10: toccarono 5.000 lire a testa». Il fatto più incredibile, ma sul quale i testimoni concordano, è che il soldato tedesco che si era consegnato ai partigiani, e che era stato con loro per più di una settimana vedendo i loro nascondigli e le loro postazioni, riuscì a fuggire. Era stato mandato per spiarli? Non si sa. È certo che di lì a poco giunse un rastrellamento, era il settembre del 1944, e fu l’ultimo, quello che scacciò definitivamente i partigiani dalla zona. «I tedeschi sapevano tutto, perché il soldato aveva fatto la spia! Sapevano addirittura dove i partigiani avevano nascosto la farina.Vennero a prenderla e se la portarono via loro», raccontano i testimoni.
Anche i fascisti e i tedeschi pretendevano, si facevano dare da mangiare e se trovavano qualcosa la rubavano. «Avevamo cinque sei pollastrelli. I fascisti arrivarono, spararono e se li portarono via.» Gli intervistati fanno una grande confusione tra soldati tedeschi, fascisti, “repubblichini”, brigate nere, SS…
«Non si distingueva tra fascisti e tedeschi», dicono. Su un punto, però, tutti concordano: i più gentili, i più educati,
quelli che si comportarono meglio, quelli che lasciarono il ricordo migliore furono i soldati tedeschi. Non è raro sentire racconti di chi aveva aiutato volentieri qualche tedesco. «Mia mamma aveva ammazzato un galletto. Arrivarono i tedeschi e lo videro. Fecero segno di cuocerlo arrosto. Mia mamma glielo cosse e in due tre soldati se lo mangiarono. Ci assicurarono che loro avrebbero mantenuto l’ordine nella zona. Ci ringraziarono.
Continuavano a dire: “Grazie, marna”. Gliel’avevamo dato volentieri, il galletto. I tedeschi erano gentili.»
Un altro testimone: «Arrivarono i tedeschi in rastrellamento. Io e mio fratello non facemmo in tempo a scappare e ci nascondemmo sotto il letto. Mio papa, per evitare che perquisissero la casa, li chiamò in casa e diede loro da mangiare e da bere. Un soldato gli disse: “Domani noi torneremo qui ancora”.Tornarono il giorno dopo con un sacco di tabacco, sale e biscotti».
Più volte soldati tedeschi, disertori o fuggitivi, capitarono in Azzarino e la gente li accompagnò sui sentieri cha andavano verso nord. Più volte la gente li aiutò per evitare che cadessero nelle mani dei partigiani. Quella volta, dopo che lui aveva tanto insistito, accompagnarono un soldato fin sotto contrada Bà, indicandogli la strada per proseguire verso Podestaria. «Non finiva mai di ringraziarci», racconta un testimone. E intanto le donne, che avevano sentito degli spari e credevano che i loro uomini fossero stati colpiti, erano a casa che piangevano e “cantavano rosario”.
I partigiani compirono in Azzarino quattro omicidi. Sono quattro omicidi che nessun libro di storia riporta e che non compaiono tra i capi di imputazione di Marozin e dei suoi compagni nel processo a loro carico del 1960. Quattro vittime dimenticate dalla Storia, ma non dalla memoria della gente di Azzarino e dagli annali della parrocchia di Velo Veronese. È infatti sul bollettino Pace a questa famiglia dell’agosto 1945 che questi quattro morti vengono menzionati per l’unica volta: «In Parrocchia la scorsa estate sono pure deceduti: Pierelli Remigio di S.
Andrea — Cabianca Otello di Brogliano Vicentino — una donna sconosciuta e un tedesco, tutti sepolti nel cimitero diVelo». Don Padovani, nel suo diario, parlando delle «tombe che racchiudevano le vittime dei partigiani» scriveva che «a Velo ve ne erano quattro o cinque».Le esecuzioni avvennero tra il luglio e il settembre del 1944. Difficile dire quando di preciso. Il primo ad essere ucciso fu un giovane ragazzo, chi dice di 15, chi di 17 anni. Certamente un minorenne. Secondo don Orlandi si trattò di Otello Cabianca ma sugli atti del processo a Marozin si parla di un quindicenne di nome Otello Cabianca fucilato a Selva di Trissono il 2 agosto 1944 perché, avendo espresso il desiderio di abbandonare la formazione partigiana nella quale si era arruolato, si temeva potesse fare la spia. Si tratta di un caso di omonimia? Era la stessa persona? O la notizia contenuta negli atti del processo è falsa?
È certo che un ragazzo fu fucilato in Azzarino. I testimoni dicono che era «figlio di un fascista vicentino». Molti aggiungono che era stato catturato dai partigiani al posto del padre, forse per ricattarlo. Era rimasto in Azzarino per qualche giorno. Un testimone ricorda di averlo visto entrare in una casa, in contrada Foi, accompagnato da un partigiano che disse a Marozin: «Signor comandante, c’è questo ragazzo che ha detto di stare poco bene». «Bene ragazzo, vedrai che con 20 grammi di piombo guarirai», sembra avesse risposto Marozin. Un altro testimone -racconta di averlo visto piantonato in contrada Riva, poco prima di morire. Il partigiano che lo sorvegliava gli chiese: «Perché piangi?». E lui: «Perché voi mi ammazzate». «Povero stupido!» gli rispose il partigiano. Prosegue il testimone: «Li ho visti incolonnarsi e, quasi canticchiando, andare verso il Bosco dei Morti con una zappa a spalle. Uno dei partigiani diceva:”Gò ‘na voja decopare…”. Poi ho sentito due colpi. Non so se gli avessero fatto scavare la fossa o no». E un altro testimone: «Quando tornarono dissero: “Abbiamo ammazzato un pollastro”».
Il Bosco dei Morti è una piccola faggeta che si trova tra la contrada Riva e la contrada Campe. Assunse quel nome dopo questi fatti e ancora oggi si chiama così. Lì vennero sepolti tre dei cadaveri che, spariti i partigiani, nell’inverno del 1944, furono riesumati e portati nel cimitero del paese.
I partigiani torturarono e ammazzarono un giovane soldato tedesco. Era passato per contrada Croce, nella zona a sud di Azzarino, che era già buio. Racconta una testimone: «Eravamo in corte a chiacchierare, dopo rosario. All’improvviso abbiamo visto una persona, con un soprabito bianco e un cappello in testa. Ci ha chiesto la strada per andare in Podestaria. Noi sapevamo che alla Cappella c’era una sentinella dei partigiani, così abbiamo tentato di spiegargli di imboccare la strada del Confm e di proseguire di lì, altrimenti l’avrebbero catturato. Ma lui o non capì, o sbagliò strada, o era una spia che voleva vedere dove fossero i partigiani, e andò a finire in bocca alla sentinella».
La Cappella era il luogo dove montavano di guardia i partigiani, da qui potevano controllare la strada che veniva da contrada Purga verso contrada Tece. Il soldato tedesco fu catturato e portato in contrada Foi, in casa di Cipriano Bertoldi che fu testimone oculare di quanto accadde. Lo interrogarono, perché dissero di avere trovato nelle sue scarpe un biglietto che provava che lui era una spia mandata a indagare dove fossero i partigiani. Il giovane soldato tedesco fu torturato: «Gli bucarono lo stomaco e gli entrarono dentro con un ceppo di legno ruvido». Alle 4 di mattina Cipriano Bertoldi raccontò di aver detto ai partigiani: «Basta, ragazzi, basta. E morto». Lo portarono nel Bosco dei Morti dove lo finirono e lo seppellirono in qualche modo. «Il mattino dopo, il partigiano che di solito ammazzava venne in casa con un giubbino tutto insanguinato, lo buttò per terra e disse a mia mamma: “Donna, lava”.»
«La maestra da Tregnago» dicono che fosse stata la terza vittima. L’uccisione della donna è un fatto risaputo. Molti intervistati della Valle di Illasi sanno di una «maestra di Tregnago martirizzata e uccisa dai partigiani a Velo». Fu catturata perché era una fascista, o perché aveva fatto la spia per i tedeschi e i fascisti. Percorse il sentiero che da Selva di Progno porta in Azzarino a piedi. Stremata, in contrada Pozze chiese se poteva bere. Poi la portarono in contrada Riva. E interessante notare che molti testimoni -ricordano il suo abbigliamento: «Aveva una gonna a fiori e dei sandali bianchi, legati col fìl di ferro». Una testimone che era presente, quella sera, ricorda perfettamente quanto accadde in casa sua: «Entrò un partigiano e ci disse: “Preparate da mangiare perché abbiamo un ospite, una signora da trattare bene”. Entrò lei, era sfinita. I partigiani le dicevano: “Dai, mangia che domani ti riportiamo a casa”, e lei: “Se non mi fate niente di male, finita la guerra vi inviterò tutti a casa mia per un bel pranzo”. La portarono di là, nella casetta. Durante la notte mia mamma ci svegliò e ci fece andare a dormire nella camera dello zio, perché c’era caldo. Non capivamo. Ci spiegò solo anni dopo che l’aveva fatto per non farci sentire le urla della ragazza. La uccisero verso mattina e la seppellirono nel Bosco dei Morti. Il giorno dopo, di nascosto, con una mia amica, andammo a vedere. Vicino a una buca con della terra mossa c’era un rivolo di schiuma rossa e i sandali bianchi». Anche la “maestra da Tregnago”, si racconta, fu torturata: «Le cavarono le unghie, le spaccarono le dita». Quando la riesumarono scoprirono che aveva i polsi e le dita delle mani rotti.
Il quarto ad essere ucciso fu Remigio Pierelli, un partigiano di Sant’Andrea di Badia Calavena. Era un trovatello e figlio adottivo di una famiglia di Sant’Andrea. Si diceva che fosse stato ucciso perché voleva tornarsene a casa e i partigiani temevano che avrebbe fatto la spia. Il pretesto, o forse il vero motivo, fu quello di averlo trovato addormentato sul suo posto di sentinella. Il codice di comportamento di Marozin prevedeva la fucilazione per questa e altre infrazioni. Molti partigiani trovarono la morte in questa maniera. Dopo averlo ammazzato, i partigiani scavarono frettolosamente una fossa per seppellirlo, sotto il muretto che cinge contrada Riva. Non ci stava, così, prima di buttargli sopra appena un po’ di terra, gli tagliarono la testa. La gente vide i cani che la fecero rotolare giù per il prato.
I RASTRELLAMENTI DEL SETTEMBRE 1944
II 12 settembre del 1944 giungeva in Valle di Illasi il grande rastrellamento tedesco, la così detta operazione Pauke (Timpano) che interessò le province di Brescia, Verona e Vicenza e con la quale l’esercito nazista sbaragliò la resistenza partigiana anche in Lessinia orientale.
Alcuni reparti tedeschi salirono in Azzarino. I testimoni raccontano di essere stati interrogati, di essere stati messi al muro, di aver sentito qualche sparo di avvertimento, di essersi sentiti dire dai soldati tedeschi che avrebbero bruciato le contrade se la gente non avesse fatto i nomi dei partigiani di Velo Veronese. Una ragazza sfollata, che parlava un po’ di tedesco, tentò di spiegare che a Velo di partigiani non ce n’era nemmeno uno e che cosa invece la gente aveva dovuto subire dai partigiani che c’erano stati lì. «Se i tedeschi ci hanno lasciato stare» concordano i testimoni «è perché hanno capito che di partigiani, a Velo, non ce n’era nemmeno uno».
La Divisione Pasubio, dopo il rastrellamento di settembre, poco a poco si disperse. Dopo inutili tentativi di riorganizzarla, a fine ottobre Marozin, che nel frattempo era stato declassato a ruolo di vice comandante, tentò un trasferimento sul Monte Baldo. Molti partigiani fuggirono, altri passarono ad altre formazioni. Ai primi di novembre si decise lo spostamento a Milano.
A Milano, dopo il 25 aprile 1945, rivedremo numerose le camionette con le scritte “Divisione Pasubio”, con i partigiani esultanti girare per la città. A Milano rivedremo Marozin sorridere accanto al Presidente Pertini durante un comizio in piazza.
«I partigiani.» La gente li identificò così, senza altre sfumature, e identificò il loro capo in Giuseppe Marozin: «Lo chiamavano Vero o Comandante e, ogni volta che lui parlava, bisognava rispondere: “Sì, signor”. Aveva un cappello in testa con una scritta bianca: “Detto Marozin”, c’era scritto».
La gente ricorda altri nomi, la maggior parte dei quali sono quelli che annotò don Marcellino Orlandi: «Tigre, Leopardo, Zambo,Vespa, Amieto, Tempesta,Ventin, Luna,Vipera, Pepe, Belva, Mascot ecc». Ma si ricordano anche Tenore, Brespa, Leonessa, Pulcino. C’erano anche delle donne. Certamente Vera, la moglie di Marozin, e altre, non sempre le stesse, che non soggiornavano stabilmente in Azzarino e sui nomi delle quali non ci sono ricordi precisi.
Luigi Intelvi, detto Tigre, era un altro dei “capi” o almeno uno di quelli a cui la gente aveva attribuito tale autorità. È probabile che Marozin risiedesse saltuariamente in quella zona e che il battaglione di stanza in Azzanno, in assenza di Vero, fosse comandato da Tigre. Don Giuseppe Padovani, nel suo diario, riportando la cattura di tre fascisti avvenuta a Bosco Chiesanuova nella notte tra il 4 e il 5 settembre 1944, scrive: «II mattino di quel giorno erano stati prelevati dalla pattuglia di Tigre, di stanza a Velo Veronese».
I partigiani appartenevano alla brigata autonoma Vicenza, costituitasi nella primavera del 1944 nell’alta Valle del Chiampo. Le vicende che portarono alle prese di distanza e infine alle condanne di Marozin e delle azioni da lui compiute da parte del Comitato di liberazione nazionale di Vicenza e del Veneto, del Comitato volontari della libertà Veneto e del Comando Militare Regionale Veneto sono state variamente indagate e non sono oggetto di questa ricerca. In Azzarino, e precisamente in contrada Cóvel, nella notte tra il 4 e il 5 agosto 1944 si svolse l’importante incontro tra Giuseppe Marozin e Carlo Perucci, comandante della Missione Militare Rye, organismo della Resistenza veronese alla dipendenza dello stato maggiore del governo italiano.
L’incontro fu auspicato e preparato da don Giuseppe Padovani e da Bruno Cappelletti di Selva di Progno, nell’intento di porre freno alle azioni sconsiderate che Marozin e i suoi compagni stavano compiendo in quei giorni nell’alta Valle di Illasi. In seguito a tale incontro la brigata Vicenza assunse il nome di Divisione Patrioti Pasubio ed entrò a far parte del Movimento Armato di Liberazione dipendente dal comando supremo dell’esercito.
La legge del pretendere e del rubare
«Pretendevano.» «Non ho mai sentito dire grazie.» «Rubavano.» «Mangiavano tutta roba che avevano rubato.» «Loro avevano di tutto e noi li guardavamo mangiare.» «Per gli altri non ce n’era, per loro ce n’era.» «Erano padroni loro perché avevano le armi in mano.» «Hanno fatto disastri.» «Hanno fatto solo del male, di bene non hanno fatto proprio niente.» «Ne hanno combinate di tutti i colori.» «Che bestie! Mamma che bestie!»
Sono alcune delle frasi ricorrenti tra gli intervistati. Il comportamento dei partigiani che soggiornarono in Azzarino nei confronti della popolazione civile fu deplorevole. In ogni contrada, in ogni casa, in ogni famiglia ci sonò dei fatti che si sono impressi, indelebili, nella memoria di chi li ha vissuti. Eccone alcuni.
«Mia mamma aveva cotto due tre patate e avevamo inziato a mangiarle. È entrato un partigiano e ci ha ordinato di dargliele. Mio papa ha detto: “Aspetti un attimo” e lui: “Dammele subito altrimenti ti metto al muro”.»
«Venivano a prendere mia mamma per farle fare le tagliatelle. Una volta le hanno fatto impastare 29 uova. Hanno cotto le tagliatelle e le hanno condite con il ragù di una vacca che avevano ammazzato. Mia mamma l’hanno mandata a casa senza dargliene nemmeno un piatto.»
«Ai Foi c’era un fornello e un grande paiuolo di rame pieno di carne e di uova. Le loro donne facevano da mangiare, o facevano fare da mangiare a noi, poi loro banchettavano in mezzo alla contrada e noi guardavamo.»
«Dietro la contrada Battistari mettevano a bollire di quelle pentole di burro… Sono arrivati con una manza, l’hanno ammazzata in qualche maniera. Non erano capaci di farla morire. Giravano l’ascia nel taglio che avevano fatto. Ne hanno combinate, prima di riuscire ad ammazzarla…»
«Ero a malga Sengio Rosso. Sono arrivati e si sono portati via tutto il burro. Uno dei malgari ne aveva tagliato un pezzetto per portarselo a casa. Si prese tante di quelle sberle… Un’altra volta si portarono via 27 vacche in un giorno solo: 10 da malga Campégno, 10 da malga Badèrna e 7 da malga San Giorgio. Le portarono a Campobrun, dove avevano una loro base.»
Uno dei fatti più tristi capitò a Idelma, una ragazza che si trovava in casa della zia, in contrada Laste. Quando i partigiani le chiesero di cucinare per loro, lei rispose: «Piuttosto che fare da mangiare a voi, mi butto da un burrone». La presero, la portarono prima in contrada Tece e poi in contrada Foi dove la costrinsero a fare da mangiare. Poi la rinchiusero per un giorno, forse due, in un fienile. «Andavano giù a turno», raccontano i testimoni, ed è facile intuire cosa andassero a fare nel fienile con la ragazza. La zia implorava che la liberassero. Portò ai partigiani due galline, dicendo: «Vi prego! Datemi la ragazza!». Infine la liberarono. Idelma se ne andò da Velo e non ci tornò mai più, nemmeno dopo la guerra.
«Per 10 giorni esercitò diritti sovrani su tutto il comune», scriveva il parroco di Velo Veronese riguardo alla presenza di Marozin in paese. E significativo che don Orlandi abbia scritto «tutto il comune». Infatti, benché i partigiani risiedessero nella zona di Azzarino, la loro presenza fu ben presto nota m tutto il paese, soprattutto nel centro di Velo, dove andavano a rifornirsi.
«A noi bambine davano un biglietto e ci mandavano a Velo a prendere le sigarette. Non pagavano mai.»
«Una volta sono andati ai Ciarensi e hanno requisito il cavallo e il carretto. Sono partiti alla carica e sono andati aVelo. Si sono fatti dare di tutto: pastasciutta, farina, zucchero… Poi sono tornati di corsa, col carretto carico. Il cavallo era stremato, con la bava alla boccca, con sudore e schiuma bianca sotto la sella. Quando le bambine videro in che condizioni era scoppiarono a piangere.»
«Vennero a prendersi una damigiana di vino a casa nostra. Tornando in Azzarino, mezzi ubriachi, la ruppero e così vennero a prendersene un’altra.»
Non che la gente subisse sempre senza ribellarsi, anche se non era facile contraddire chi dava ordini puntando il fucile. Erano soprattutto le donne a farsi valere, anche perché di uomini, esclusi gli anziani, ce n’erano pochi, chi sul fronte, chi nascosto per non farsi arruolare o catturare. Ancora oggi, dopo 50 anni, si racconta di quando i partigiani ordinarono per l’ennesima volta a quella signora di sbattere le uova. Lei gliele sbattè nel catino dove il nonno si era appena lavato i piedi. E di quella donna che, ormai esasperata, li vide entrare in casa con alcune galline e gliele ributtò nella corte urlando: «Basta! Sono stufa! Non voglio più vedervi!». Uno dei partigiani le puntò la pistola, dicendo: «Signora, il primo colpo è suo». Era una che non si faceva intimidire.
Una volta che le ordinarono l’altolà, rispose: «Cosa volete darmi l’altolà? Non vedete che sono una povera donna che prega perché finisca la guerra?». Un’altra volta, dopo uno degli omicidi, disse loro: «Ho anch’io un figlio militare ed è un anno che non ne so più niente, ma piuttosto di saperlo un delinquente come voi sarebbe meglio che fosse in Paradiso con Dio».
Si riporta il nome, il cognome, l’anno di nascita e luogo dove si trovavano nell’estate del 1944.
Celestino Anderloni, classe 1926,Velo Veronese; Mariettina Anderloni, classe 1902, Velo Veronese; Attilio Benetti, classe 1923, contrada Covolo di Velo Veronese; Mario Benetti, classe 1928, contrada Covolo di Velo Veronese; Arnaldo Bertoldi, classe 1937, contrada Foi (Azzarino) di VeloVeronese; Angelo Bonetti, classe 1926, Velo Veronese; Olga Branzi, classe 1921, contrada Croce di Velo Veronese; Zeno Cappelletti, classe 1929, contrada Battistari (Azzarino)di Velo Veronese; Mario Castagna, classe 1925, Velo Veronese; Emilie Comerlati, classe 1931, contrada Comerlati di Velo Veronese; Amalia Corbioli, classe 1912, contrada Campe (Azzarino) di Velo Veronese; Galdino Corradi, classe 1926, contrada Tece (Azzarino) dì Velo Veronese; Viola Corradi, classe 1927, contrada Laste (Azzarino) di Velo Veronese; Maria Pomari, classe 1923, Velo Veronese; Aldo Pozzerle, classe 1928, contrada Pozze (Azzarino) di Velo Veronese; Almerina Pozzerle, classe 1922, contrada Foi (Azzarino) di Velo Veronese; Giovanna Pozzerle, classe 1928, contrada Foi (Azzarino) di Velo Veronese; Maria Pozzerle, classe 1932, contrada Foi (Azzarino) di Velo Veronese; Teresa Pozzerle, classe 1932, contrada Foi (Azzarino) di Velo Veronese; Norina Riva, classe 1934, contrada Riva (Azzarino) di Velo Veronese; Basilio Tezza, classe 1913, contrada Campe azzarino ) di Velo Veronese; Davide Tezza, classe 1927, contrada Tece (Azzarino) diVelo Veronese; Delfina Tezza, classe 1916, Velo Veronese; Enrichetta Tezza, classe 1923, contrada Bettola di Velo Veronese; Maria Tezza, classe 1917, Velo Veronese; Rosalia Tezza, classe 1933,Velo Veronese.
