I racconti dei Filo’

Il “filò”

 Prima dell’avvento della televisione, l’usanza di far filò nelle stalle era ancora abbastanza praticata dai montanari dei Lessini. Vi si andava anche perché era l’unico ambiente che disponeva di un riscaldamento gratis: il fiato delle mucche. Quando però nelle contrade arrivarono i primi televisori questa usanza, nata quando gli uomini diventarono pastori, declinò rapidamente fino a scomparire.
 Gli anziani ricordano con un certo rimpianto le belle serate passate nei filò, dove si adunavano non solo tutti o in parte gli abitanti della contrada, ma anche giovani che talvolta provenivano da località molto distanti (2) se nella stalla vi erano belle ragazze. Durante il periodo invernale dunque, la stalla diventava un locale pubblico (non si chiedeva il permesso di entrare), dove tutti, anche se non erano proprietari, si sentivano. come a casa loro.
Prima di passare a descrivere come si svolgevano questi filò è opportuno far presente come erano le stalle prima delle modifiche apportatevi in questi ultimi anni all’interno ed in qualche caso anche all’esterno. 

Se vi era la possibilità la stalla si costruiva a lato della casa, ciò per motivi di economia e di praticità come il risparmio di un muro, la possibilità di poter controllare gli animali stando a letto e anche quella di accedervi direttamente dalla cucina mediante una porta interna, quindi non vi era bisogno di uscire fuori dall’abitazione. Era necessario far ciò per il pericolo che in passato costituivano i lupi affamati i quali durante gli inverni gelidi e nevosi si aggiravano intorno alle abitazioni. Con la rarefazione di questi animali (inizio del secolo scorso), alcuni murarono queste porte per motivi igienici, altri invece lo fecero più tardi. Ciò per dare la possibilità ai vecchi ed agli ammalati di poter usufruire del tepore della stalla senza essere costretti ad uscire all’aperto e quindi prender l’aria fredda.
 Sopra la stalla si costruiva la téda (= fienile) che di norma era un poco inferiore in altezza rispetto a quella della casa. Grossi tronchi di abete (piane) sostenevano il tibià (= soffitto delle stalle) che era formato dalle palanche (= grosse assi) non incastrate tra loro. Queste per la maggior parte si ricavavano dai tronchi delle albare (= Populus tremula » ed altre specie congeneri). Si preferiva questo legno non solo perché più economico di altri, ma anche per il fatto che le sue fibre poco compatte lo rendono un cattivo conduttore del calore. L’altezza del soffitto delle stalle era di pochi centimetri superiore a quella del garrese di una mucca, pertanto una persona di statura normale era costretta ad abbassare la testa quando passava sotto alle piane. Il salédo (= pavimento) era formato da lastre di calcare ed era occupato in parte da una o due lettiere dette impropriamente anditi, dove trovavano posto i bovini. Altro spazio era occupato dai porcili (moltrini) dentro i quali si chiudevano i maiali, le pecore e talvolta anche le galline. La stalla veniva pulita due volte al giorno, il porcile del maiale una volta, invece quello delle pecore e delle galline solo due volte all’anno. II fetore degli escrementi veniva in parte eliminato coprendoli con i joluméri ed i rosegòti che sono rispettivamente i semi e gli avanzi del fieno che si raccoglievano nella greppia.

 Il salédo non veniva mai lavato, ma si puliva a secco con la spassaora da stala che era una scopa che si fabbricava con le pole de le sanguinèle (= polloni del Cornus sanguinea) che è un arbusto dal legno duro e molto flessibile.

 Una cosa che dava molto fastidio durante il giorno era la presenza di sciami di mosche che tormentavano uomini ed animali. I sistemi per combatterle erano poco efficaci. Si usava schiacciarle con la majéta (= mazzetta di legno), ma non da tutti ed il perché non ha bisogno di spiegazione. Un metodo più confacente al caso era quello di preparare dei mazzetti di feudi (= felci) che, dopo essere stati bagnati nel latte leggermente acido; si appendevano al soffitto, cosicché in breve tempo questi venivano invasi dagli insetti avidi di succhiare il latte. Allora con mossa fulminea si infilava un mazzetto per volta in un sacco che poi veniva portato all’esterno, dove, a causa della bassa temperatura, gli intrappolati morivano.
Il soffitto era quasi sempre coperto dalle ragnatele e raramente queste si toglievano, per la ragione che il montanaro rispettava i ragni considerandoli suoi alleati nella lotta contro le mosche.
Chi dormiva nella stalla trovava posto nel fenàro ( = ripostiglio del fieno per un pasto), oppure nella binèla che era una specie di letto formato da un cassone pieno di paglia.
Le finestre (una o due) si aprivano ai fianchi della porta e, oltre ad essere piccolissime, erano munite di una robusta e spessa inferriata detta controlòo (= antilupo), per cui la stalla era poco illuminata dalla luce del giorno. Prima della diffusione dei lumi a petrolio anche l’illuminazione notturna lasciava molto a desiderare. Vi si provvedeva con lumi ad olio preistorici che diffondevano nell’ambiente poca luce cosicché chi voleva leggere doveva tenere il libro vicino alla fiamma. L’olio non era sempre quello di oliva, ma si ricavava anche da semi vari, per esempio l’ojo de giande si estraeva dalle faggiole del faggio. Come surrogato si usava anche il lardo finemente tritato. 

Per sedersi vi erano le bànche ( = panche) ed i scavi ( = scanni) e quando i convenuti non trovavano posto a sedere si andava a prendere le sedie più malconcie che si trovavano in casa.

In alcune stalle vi era anche un piccolo scaffale per i libri ed i giornali. 

I libri più letti erano la < Storia Sacra », il « Leggendario della Vita dei Santi > , « Guerrino detto il Meschino », « I Reali di Francia », « Genoveffa », « Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno », « Le Sette Trombe », ecc. Anche i grandi poemi come « L’Orlando Furioso » e « La Gerusalemme Liberata », non solo erano presenti in qualche stalla, ma vi erano anche delle persone che li recitavano a memoria. Nel periodo tra le due guerre mondiali vi figuravano anche « Il Libro dei Sogni » ed « Il Segretario Galante ».

 1) Far filò (= fare veglia notturna) deriva dal luogo dove si adunavano i filatori di lana e canapa.
 (2) I giovani stentano credere che i loro nonni facevano a piedi anche più di 10 km sulle strade innevate.

Dopo questa sommaria descrizione dell’ambiente, passiamo ora all’argomento del titolo.

 A sera il montanaro cenava prestissimo e poi si recava nella sua stalla per la recita del Rosario, dopo di che iniziava il filò. Non tutti però rimanevano nella loro stalla, ma alcuni cercavano quella che faceva per loro. I giovani di solito si radunavano nelle stalle dove vi erano delle ragazze, gli uomini, quando non avevano da lavorare, si univano per poter giocare a carte o a dama. Per le donne far filò voleva dire lavorare ore ed ore e questo è documentato anche nel detto: L’omo ‘l laora ‘na jornada, el famejo una e tri qoarti e la dona do (=due). Il loro lavoro consisteva nel scartedàr (= cardare) e nel filare la lana ed el candego (= la canapa (3)), a ponciàr le robe (= rattoppare i vestiti) e a far la calza.

 Nei filò si raccontavano le cosidette storie che erano per lo più leggende o favole ma talvolta in queste si comprendevano fatti realmente accaduti. Una figura caratteristica del filò la cui presenza attirava la gente, era quella del contastorie che per emergere doveva essere dotato di fantasia e abilità. Alcuni di questi sono ancora ricordati per il fatto che sapevano dipingere così bene il racconto da incantare i presenti. Molta paura incutevano le leggende che avevano per protagonisti le fade e gli orchi. Il Diavolo invece era considerato un semplicione che si lasciava ingannare con facilità e pertanto quello che si narrava sul suo conto destava l’ilarità nei presenti.
Ciò però solo nell’areale « cimbro » perché al di fuori di questo nella restante parte dei Lessini vi sono anche leggende dove il Diavolo viene dipinto come un essere malvagio capace di recar danno all’uomo. Con la fagocitazione del sopraccitato areale da parte dell’elemento italiano queste leggende si diffusero anche in zone dove non erano presenti. Così l’orco viene sostituito con il Diavolo e le fade con le streghe.
Alcune storie (è difficile sapere quali) furono introdotte da mendicanti e venditori ambulanti che in passato percorrevano in lungo E largo i Lessini pernottando nelle stalle dove, se trovavano un uditorio attento, lasciavano galoppare a briglie sciolte la loro fantasia. Se le storie non erano autoctone ci pensavano i nostri contastorie ad adattarle all’ambiente:
Alcuni filò erano noti per la maldicenza che vi fioriva e che era il principale difetto dei montanari. A tenere il banco era quasi sempre una vecchietta che quando sparlava di una persona defunta dato che dei morti non si poteva parlar male, diceva: Come morta, lassenla in pace, ma come viva ….
(3) I toponimi le màsare ci indicano i luoghi dove si poneva a macerare la canapa

 

  

 

L’orco pecora (1 ) Un giorno una pastorella scese da una contrada del Vajo dei Molini con il suo gregge per condurlo a pascolare in una’     radura della Valle del Covolo, di fronte ai Covoli di Velo.Era da poco giunta quando udì un belato lamentoso che veniva da un cespuglio di carpini. Credendo che fosse una delle sue pecore, la pastorella corsa per prenderla e ricondurla nel gregge ma, entrata nel cespuglio, non vide niente. Cercò anche negli altri cespugli vicini ma sensa successo. Piangendo ritornò presso il gregge per  vedere qual’era la pecora che era fuggita, ma invece di trovarne una in meno, ne trovò una in più. La pastorella credette allora che si trattasse di una pecora smarrita ed il suo pensiero corse alla mancia che avrebbe ricevuto dal proprietario venuto a prenderla: con i soldi avrebbe potuto comperare un pettine ed uno specchio, cose queste che ardentemente desiderava. Ma l’illusione durò ben poco, perché ad un tratto la pecora alzò la testa e disse:Te l’ò fata.Poi di gran corsa sparì nel bosco e non fu più vista. La pastorella non si spaventò: era stato l’Orco Burlevole, dunque un orco  buono.
(1) Titolo dialettale: L’orco pégora. Ambiente: Valle del Covolo (Selva di Progno).Area di diffusione: Velo Veronese.Raccolta e scritta da: Attilio Benetti dalla voce di Santa Bonomi, nata in  contrada Fontani di Velo Veronese

La fada Aissa Màissa Gli abitanti delle contrade della zona in cui si aprono i Covoli di Velo  dicevano, e qualcuno lo dice ancora, che queste grotte sono formate da un labirinto di cunicoli in cui è estremamente facile smarrirsi. Qualche montanaro coraggioso aveva tentato di percorrerli stendendo, a cominciare dall’imbocco, un grosso gomitolo di spago che gli sarebbe servito per trovare poi la via del ritorno; ma questo era finito prima che fosse arrivato alla fine delle grotte, pertanto il temerario esploratore era stato costretto ad uscire. E sì che ne aveva percorso di strada! Basti pensare che era arrivato fin sotto l’abitato di Garzon di S. Rocco e questo l’aveva dedotto udendo il canto dei galli della contrada. Egli aveva camminato per parecchie ore e pertanto gli amici che lo attendevano all’imbocco, lo credevano ormai prigioniero delle fade e degli orchi che, secondo una credenza comune, abitavano queste grotte. Quando finalmente uscì, gli fecero gran festa nel vederlo sano e salvo e, anche se il montanaro non aveva visto neanche l’ombra di una fada o di un orco, la gente continuò come prima a credere in questi e attribuì la salvezza dell’uomo ad un vero miracolo.Come si poteva mettere in dubbio l’autorità del Sacro Concilio di Trento che, per intercessione di S. Carlo Borromeo, aveva pronunziato una condanna su di loro? Non si poteva condannare una cosa inesistente.
A rafforzare questa credenza si raccontavano alcune leggende ritenute come fatti realmente accaduti: Parché, mi disse un montanaro, se qoesti essari i esistéa, qoalcossa i ara pura combinà.
Certamente queste grotte di cui non si conosceva lo sviluppo e dalle quali si estraevano perfino le Bestie de ‘l Diluvio Universale (3), con le loro occhiaie nere e visibili da lontano, suscitavano un senso di mistero. Così l’accesa e sbrigliata fantasia della nostra gente creò e anche ambientò leggende di ignota provenienza, alcune delle quali sono andate perdute per sempre, mentre altre si sono più o meno alterate col passare del tempo.
La più conosciuta di queste storie è la seguente:

       Nelle notti di plenilunio le fade dei Covoli di Velo tiravano una corda in alto sopra la Valle del Covolo, dalla Cengia de la Bante fino al Monte Gaole, sulla quale stendevano ad asciugare il loro bucato. Adibita a questo lavoro era Aissa Màissa, la più bella di tutte le f ade delle Sine (= Lessini) e anche la più agile nel fare certe acrobazie. Doveva infatti portare in spalla con una derla (= bilancino) due grandi cesti colmi di bucato che nello stesso tempo doveva anche stendere.
Una notte Aissa Màissa, dopo aver steso il bucato, si fermò a riposare sull’antico sentiero che dalla contrada Xami (‘) porta’ al Vajo dei Molini. Sullo stesso sentiero stava intanto salendo un giovane montanaro di Velo che era stato a Selva di Progno a. trovare la sua fidanzata. Egli, nonostante fosse stanco, cercava di mantenere il passo svelto per uscire al più presto da quella località selvaggia che, oltre alle fade e agli orchi, si credeva popolata anche da basalischi, enormi rettili con le ali e con il capo sormontato da una cresta simile a quella di un gallo. La sua paura, alimentata dalle spaventevoli leggende che si narravano nei filò, era tale che rabbrividiva al più insignificante rumore.
Giunto che fu ad una curva del sentiero, si trovò ímprovvisamente di fronte alla bellissima Aissa Màissa della quale aveva sentito tanto parlare. Conoscendo la ferocia che usavano le fade quando incontravano qualche persona durante la notte, il montanaro si fermò impietrito dallo spavento. Vedendo questo, Aissa Màissa con i suoi incantesimi riuscì a togliergli ogni paura e a farlo rimanere lì fino all’ora in cui i vacccari si alzavano per governare il gestiame, dopo di che si lasciarono non senza essersi dati appuntamento per il prossimo plenilunio.
La leggenda non dice per quanti pleniluni si incontrarono i due innamorati, dice solo che un giorno le fade che coabitavano con Aissa Màissa si accorsero che ella aspettava un bambino.
Quello fu un momento terribile per la bellissima fada, perché fu subito chiusa dalle sue compagne nello stanzone più umido e fangoso dei Covoli. Quando diede alla luce un bambino, questo le fu subito tolto, mentre ella fu cacciata dai Covoli.
Del bambino si prese subito cura un orco buono che con la forza impedì che le  fade lo strangolassero e lo chiamò Trolge Molge.
Uscita che fu dai Covoli, Aissa Màissa seppe che il suo amore era morto, forse dal dispiacere di non averla più incontrata e allora pensò di trovarsi un lavoro per mantenersi. Prese a tale scopo le sembianze di una donna forte e nerboruta, in La fada serva si fece subito benvolere dai montanari ed insegnò loro molte cose utili, come quella di fare le stroppe per legare le fascine di legna. Ella viveva intanto con la speranza di poter un giorno andar a prendersi il figlio, ma le cose andarono diversamente.
Una sera un cavallaro di nome Manismàndo, saliva col suo cavallo bianco carico di farina la disagevole strada mulattiera che da Selva di Progno conduce a Velo. Era già notte inoltrata quando si trovò a passare davanti ai Covoli, e improvvisamente udì uscire da una di queste caverne una voce che aveva ben poco di umano che gli disse:
O Manismando, da quel caval bianco, quando te passi dalla Mùlvese, olta rento e dighe a l’Aissa Màissa che Trolge Molge l’è morto.

Il cavallaro, impaurito da quella voce, si abbracciò al collo del cavallo per farsi coraggio. Giunto che fu nella contrada legò l’animale all’inferriata di una finestra della casa dove si trovava la f ada, poi entrò e le riferì quel che aveva sentito dicendole:

O Aissa Màissa, da qoela bela bàissa, l’Orco del Coalo el m’à dito che te torni a casa che Trolge Molge l’è morto.
La fada udito che ebbe questo, gettò un grido di dolore così forte che spense il lumicino ad olio che rischiarava la stanza, l’abitazione tremò tutta come se vi fosse il terremoto, mentre i presenti caddero a terra come se fossero stati colpiti dalla folgore. Uscì poi di colpo e montò sul cavallo bianco di Manismando e, veloce come il fulmine, sparì nella direzione dei Covoli.

Da allora in poi di Aissa Màissa non si seppe più nulla e i montanari che la conoscevano soltanto dopo quel che era successo capirono che era una fada, ma era una di quelle buone e pertanto si rammaricarono di non averla più con loro.

  (3) 1 sedimenti argillosi dei < Covoli di Velo » inglobano numerosi resti fossili della fauna pleistocenica. Pertanto la gente credeva che le ossa che si rinvenivano nelle grotte appartenessero ad animali annegati dalle acque del Diluvio Universale.

(4) Non posso pronunciarmi sull’etimologia di questo toponimo.   Ambiente: Vajo dei Molini (Velo Veronese). Area di diffusione: Velo Veronese e Selva di Progno.Raccolta e scritta da: Attilio Benetti dalla viva voce di alcuni abitanti delle contrade del Vajo dei Mulini. Tra le persone che ancora la conoscono citiamo il sig. Guglielmo Dalla Valentina e il sig. Umberto Branzi entrambi nati nella zona dove è presente la leggenda.

Osservazioni: Una versione quasi del tutto diversa di questa leggenda è stata raccolta nel territorio di Badia Calavena dal maestro Pietro Piazzola, grande studioso degli usi e costumi delle popolazioni della Lessinia orientale. Tale versione è stata pubblicata dallo studioso nel n° 6 (aprile‑giugno 1971) della Rivista di cultura e folklore « Vita di Giazza e di Roana » sotto il titolo di Mada la « fada > serva.
 Le contrade del Vajo dei Mulini che si trovano in prossimità delle grotte dei  Covoli di Velo

 

Le “fade” del Monte Sabbionara
Raccolta e scritta da: Attilio Benetti dalla viva voce di alcuni abitanti di Azzarino ora defunti.
Ambiente: le falesie   che coronano la Valle  del Progno d’Illasi ad est di Azzarino.
Tra quelli che ancora la conoscono citiamo il sig. Fortunato Pozzerle, nato in contrada Foi di Azzarino (Velo Veronese).

 Prima del Concilio di Trento, in un antro del Monte Sabbionara, abitavano le fade.
Queste avevano stretto una grande amicizia con gli abitanti delle contrade vicine, tanto che nelle lunghe serate invernali trascorrevano molte ore nei filò delle stalle. Le l ade avevano insegnato alla gente molte cose utili come, ad esempio, il modo di pulire gli oggetti di rame ed ottone con una sabbia fine che esse estraevano dal monte (2).
       Col Concilio di Trento, le fade e gli orchi vennero condannati a vivere negli abissi delle montagne, lontano dagli uomini.
Così anche queste fade, pur non avendo mai fatto del male all’uomo, si sentirono spinte da una forza misteriosa ad allontanarsi.
Dopo aver salutato ed invitato i loro amici ad andare a trovarle nelle loro nuove dimore, poiché per loro era impossibile uscirne, con l’eccezione di una sola volta all’anno, partirono verso gli strapiombi del Sentàl (3). 

Gli abitanti della zona, pur tramandandosi di padre in figlio l’invito delle fade, non lo accolsero. Finalmente un giorno, dopo molti anni, un giovane decise di recarsi a trovarle, avendo sentito raccontare che erano famose per la loro bellezza.

 Egli perciò s’incamminò verso il Sentàl, ma non sapendo esattamente dove le f ade abitavano, lo chiese ad un uomo che incontrò sul sentiero. Questi, che era un orco camuffato da uomo, gentilmente si offerse di accompagnarlo per un tratto. Arrivati che furono vicino ad una valletta, gli indicò una fenditura nelle rocce che li fronteggiavano, dicendogli: Eco, gh’è le fade che ti te serchi.

Il giovane lo ringraziò, passò la valletta, ma, invece di arrivare ai piedi della roccia, si trovò davanti ad un’altra valletta. Passò anche questa, pensando di aver calcolato male la distanza, e così altre due, finché, stanco ed insospettito, si fermò col proposito di rinunciare.

Allora l’orco, resosi conto che il giovane si era accorto di essere stato preso in giro, assunse le sue vere sembianze per un attimo, scomparendo poi in una nube giallastra che puzzava di zolfo, esclamando: Te l’ho fata!
Il giovane capì così di essere stato beffato dall’orco burlevole.

 Ancora sbalordito si accinse a far ritorno, quando vide avanzare verso di lui una bellissima ragazza. Colto da sorpresa e timidezza insieme, il giovane si nascose con prontezza dietro un cespuglio.

 Mentre ne aspettava il passaggio, sentì che essa chiamava qualcuno pregandolo di uccidere qoela bruta bestia sconta (= nascosta). Avendo compreso l’equivoco in cui era caduta la fanciulla, il giovane usci spaventato dal suo nascondiglio per chiarire il mistero.La fanciulla che era una fada, vedendolo abbagliato dalla propria bellezza, lo invitò ad accompagnarla alla sua abitazione. Arrivati là, gli disse che avrebbe potuto entrare solo in cambio di un giuramento di fedeltà a lei e al diavolo; in cambio avrebbe avuto ogni sorta di cose avesse desiderato, mentre avrebbe potuto riacquistare la libertà se ella non fosse stata in grado di soddisfare un suo desiderio.
Il giovane che era povero e doveva lavorare molto per vivere, si lasciò tentare pensando che, una volta stanco, avrebbe chiesto cose impossibili, ottenendo così la libertà.
 

Appena ebbe prestato giuramento apparvero due basalischi che, contorcendosi abilmente, incominciarono a strappare le rocce attorno al piccolo imbocco della fenditura, finché fu sufficientemente allargato da permettere il passaggio al giovane.

 Entrato, fu un tutt’uno vedere i basalischi rinchiudere l’apertura e la fanciulla trasformarsi in una vecchia dall’aspetto orribile, poiché solo quando ella poteva uscire diventava bella.

 Gli apparvero, disposti con ordine su delle mensole, dei teschi umani fosforescenti, poi notò la bruttezza dell’antro, sporco e schifoso. Allora fu pronto a chiedere che tutto il locale diventasse bello ed accogliente. Come d’incanto, subito le pareti diventarono d’oro con ogni sorta di oggetti e cose meravigliose. Dopo essersi riavuto da questa sorpresa, sentendosi sempre a disagio e insoddisfatto, pensò ai soldi e richiese molte casse colme di monete d’oro. Fu subito accontentato: gli apparve infatti un ornino che lo guidò in una stanza, ai lati della quale stavano allineate un gran numero di casse colme di monete d’oro. Dopo un’iniziale soddisfazione, si rese conto che quell’immensa ricchezza non gli serviva, allora la sua attenzione si rivolse ai cibi più prelibati, a cose svariate e fino allora sentite solo nominare, sempre ottenendo tutto.

Egli però non era felice: pensava alla sua casa che aveva lasciato, ai familiari che gli volevano bene, mentre ora, pur avendo tutto, era solo e prigioniero.

Passavano i giorni e il giovane non trovava mai cosa che non potesse avere, pertanto non vi era la possibilità di poter diventare libero. Finché, abbandonata ormai ogni speranza, un giorno, ripensando a quello che gli era capitato, si ricordò che la fada non era brutta e disordinata quando l’aveva vista la prima volta e desiderò di rivederla ancor bella come allora. 

Espresso questo desiderio che non poteva essere esaudito dato che si trovavano nell’antro, la fada gettò un urlo spaventoso che scosse tutta la montagna; lo condusse all’aperto, diventando ancor bella e, dopo avergli prospettato un futuro infelice se fosse ritornato tra gli uomini, lo lasciò decidere. E il giovane, senza esitare, scelse la libertà.

 (2) Il Monte Sabbionara è così denominato per la presenza di uno strato di roccia calcarea che, pestata con un martello, si lascia ridurre facilmente in una sabbia molto fine. Fino a pochi anni orsono questa sabbia era usata dai montanari per pulire gli oggetti di rame ed ottone.
(3) Valletta e malga che si trova sugli strapiombi dell’alta Valle del Progno
Il toponimo deriva dall’antico alto tedesco « senno » (vaccaro) e « tal » (valle) = Valle del vaccaro.
Osservazioni: La presente leggenda presenta alcuni punti in comune con quella della « Calamìta » del « Covolo di Camposilvano > .

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