Tradizioni e storie
LA VITA ( da E.BONOMI VITA E TRADIZIONI IN LESSINIA)
Anche se sarebbe consigliato che ogni coppia sposandosi potesse disporre di una propria casa : ogni sposeta la so caseta quasi mai i figli maschi, sposandosi, si allontanano dal tetto paterno, ma per l’occasione viene preparata una camera per gli sposi, che per tutto il resto conducono vita in comune con la famiglia.
La vita, escluse le scadenze dei grossi lavori stagionali, trascorre tranquilla, quasi monotona, dedita soprattutto per gli uomini alla cura del bestiame e alla lavorazione del latte, per le donne alla manutenzione della casa e alla preparazione dei cibi.
L’inverno e’ in questi paesi di montagna molto lungo, talvolta da novembre a marzo inoltrato. Contro il frequente periodo di rimanere per mesi isolati dalla neve, gli abitanti delle contrade piu’ alte in autunno fanno sufficienti scorte de polenta e farina per tutto l’inverno. Nei periodi di isolamento i montanari trascorrono le giornate in stalla, dediti alla cura del bestiame e ai piccoli lavori di artigianato; ma non sono poche le ore che dedicano al riposo e al sonno, piu’ spesso olte’ in t’el fenaro:
la miseria dei vacari l’e’ pi’ granda dei mari,
e la misericordia del Signore la perdona ogni pecatore.
La vita si svolge quasi completamente nell’ambito della contrada, con il rituale accesso domenicale al paese per assistere alla Messa festiva (le done a Messa prima, i omeni a Messa seconda), ma anche per fare gli affari o per informarsi dei prezzi o semplicemente per fare una chiaccherata e bere un bicchiere in compagnia.
In chiesa i banchi davanti sono riservati agli uomini, quelli dietro alle donne . In molte parrocchie, durante le funzioni religiose tra gli uni e le altre viene tirata una tenda.
Funzione sociale e politica molto importante in questi paesi e’ svolata dal prete: Rappresentando questi ( spesso solamente assieme al dotor)una delle poche persone in possesso di cultura e degne di fiducia, la popolazione ricorre a lui per qualsiasi tipo di problema, economico, sociale o morale. Il parroco viene interpellato per derimere le liti, per combinare le spartizioni; a lui chiede consiglio chi avesse intenzione de metar ia un fiol,cioe’ di farlo studiare; a lui si chiedono informazioni riguardo al butel che ven a filo’ dala fiola,e cosi’ via.
La quiete delle contrade e’ talvolta rotta dalle grida caratteristiche di alcuni personaggi tipici:
el strassarol : Strasse, ossi,fero vecio,pele de cunel! Gala gnente siora?
el marsaro, aiutandosi col fischio, grida: Done! Roba par tuti, done, par gnente!
C’e’ che de ol?
el paroloto,scrollando i paioli sulle spalle, grida:
Done! El paroloto! El stupa un buso e el de fa oto!
Paroi veci da vender! Done El paroloto!
Passano anche altri caratteristici artigiani o ambulanti, come el spassacamin, l’imbianchin, coel de la cassela(merciaio ambulante con una grande cassetta a spalle) ecc… Coloro che non sono venditori ambulanti, ma artesani che svolgono la loro attivita’ a domicilio, restano anche a mangiare e a dormire presso le famiglie dove operano. Mi si dice che, abbastanza furbescamente, se il lavoro e’ modesto lo finiscono in fretta per l’ora di pranzo, onde riuscire poi a procurarsene altrove un altro fino a cena; se il lavoro e’ un po’ piu’ consistente lo svolgono con piu’ lentezza onde arrivare all’ora di cena e restare cosi’ anche a dormire. Si dice che la maggior parte sia originaria dalle montagne di Feltre e Belluno o addirittura del friulano e che quando, soprattutto nella stagione fredda, partono a gruppi, si incitino l’un l’altro con questo motto:
Andon! Andon! in tera cojona, ando’ la roba i nele paga e la spesa i ne le dona!
Passano ancora altre persone, piu’ simili ai poveri che ai venditori ambulanti: e’ gente che in cambio di un bicchiere di vino o di un po’ di polenta offre onto per la bote o onto par el rape de le vache, o semplicemente cordoni(lacci per le scarpe)
Specie nei periodi di maggiore carestia, numerosi passano per le contrade i poareti, nullatenenti, girovaghi e senza casa che passano per carita’. Portano a spalle due saccocce, una per la polenta e una per la farina; di notte dormono qua e la’ per le stalle o nei fienili. Altro caratteristico grido che risuona talvolta e’:
Done! Ovi! O copa’ la bolpe! oppure Ovi, done ! Se no molo la bolpe!
Quando un cacciatore uccide o cattura la volpe, intendendo di aver salvato i pollai da un grave pericolo, la mette in una gerla e gira per le contrade vicine a raccogliere uova che le donne gli offrono volentieri.
Nella terminologia della basse e della citta’, la parola montagnaro (spesso accompagnata da gnoco) indica una persona rude, scontrosa, se non ignorante o barbara. Questo pregiudizio e’ dovuto al fatto che le rare volte che gli abiatnti di montagna hanno rapporti con la Bassa o la citta’ , vengono subito notati come gente diversa nel vestire, nel parlare e nel trattare.
La paura di essere defraudato lo rende diffidente verso la persona con cui tratta che sembra volerlo soverchiare con una maggiore
qualita’ di argomentazione. Spesso e’ rassegnato a uscirne perdente:
CHE PAGA L’E’ SEMPRE EL SCARPA GROSSA.
Di qui la proverbiale spilorceria e avarizia del montanaro: si dice sia gente che vive in poverta’ assoluta pur conservando delle pile di danaro sotto i letti.
La poverta’ e’ invece reale, come reale e’ la quotidiana lotta con un ambiente avaro e impervio.
La saggezza popolare e’ in gran parte volta alla difesa del patrimonio, per garantirsi i mezzi di sussistenza:
ando’ no gh’e’ misura - no gh’e' roba che dura;
pitosto de dir tuto- l’e’ meio magnar tuto;
magna coel che te gh’e’ – ma no dir coel che te se’;
ne l’orto e in cantina – bisogna narghe ogni matina;
el tegnisso( l’avaro) l’e’ on ruscon (arraffone)
che tien da la spina e spande dal cocon
in stala e in cania - no se gh’e’ mai ste’ sbisogno
Elemento base dell’alimentazione, sempre nel periodo da noi considerato, e’ la polenta. La fogassa, rotonda e cotta sul fogolaro
soto la padela coerta de brase, viene fatta poche volte e solo nelle maggiori ricorrenze. Pe rfar lievitare la pasta si adopera el leva’ o leamento (recentemente sostituito dal lievito di birra), che si ottiene mettendo, di solito in stala sora na piana (grossa trave)una scodella dove si e’ fatta amalgamare farina con latte. Quando il latte inacidisce fa fermentare l’amalgama. Con mezzo pugno di questo leva’ si impasta la farina . Prima di mettere la fogassa a cuocere, si prende un pugno di pasta e si torna a mettere nella solita scodella, onde ottenere el leva’ per il giorno dopo.
Il latte e i suoi derivati costituiscono l’altro elemento base dell’alimentazione per queste popolazioni. Oltre al boter e al formajo, consumati non in grande quantita’ perche’ commerciabili, dal latte si ricava la fioreta e la puina (burro formaggio, fiordilatte, ricotta).
Di puina se ne ha sempre a volonta’, anche se il suo potere nutritivo e’ scarso:
la puina - piasse’ se de magna, manco se camnina
Polenta e fioreta, salado rostio con on poca di puina, gnochi con la puina, manestra col late, polenta con la pana, polenta con le petate, e la mosa (Si ottiene cuocendo nel latte farina di granoturco e di frumento) sono piatti comuni in LESSINIA FINO ALLA PRIMA META’ DI QUESTO SECOLO.
Ogni buona famiglia, poi, una volta all’anno ammazza il maiale, per procurarsi el lardo, i saladi, i codeghini, le morete e i brigaldoli; parche’ del porco no se buta ia gnente ,viene cioe’ sfruttato tutto; le stesse butella e la vissiga vengono adoperate per insaccare carne.
LE FADE( da Guide alla Lessinia- Guide Demetra)
Tra gli abitanti fantastici della lessinia, le fade accentrano la piu’ cospicua messe di racconti. Numerose e diverse le dimore frequentate , soprattutto grotte, ma preferiti erano gli inquietanti Covoli di Velo , nella Valle degli Xami. Creature femminili dai tratti imprecisi, ora d’aspetto grazioso, altre volte brutte e dotate di piedi caprini, di giorno si mescolavano agli abitanti delle contrade , celandosi in lunghe gonne di seta abbellite da grembiuli neri ricamati di pizzo, mentre la notte s’avvolgevano in comodi mantelli e, cosi’ occultate, abbandonavano i villaggi per radunarsi nelle caverne.
L’unore era mutevole al pari delle sembianze. Talvolta risultavano gentili, altre volte dispettose e malvagie. Se la necessita’ lo imponeva, si trasformavano in rospi o serpi celandosi tra le rocce.
Prima che il Concilio di Trento ne decretasse, grazie a una leggendaria maledizione, il confinamento nei numerosi antri della Lessinia, usavano frequentare paesi e contrade, non disdegnavano di sposare uomini ignari della loro reale identita’.
Le unioni finivano sempre in modo spiacevole se non addirittura tragico.
Il lato buono della loro complessa indole le incitava a svelare i segreti della lavorazione di latte, formaggio, ricotta; ammaestravano le donne nell’arte di lucidar rami e ottoni, e donavano gomitoli di lana inesauribili.
Aspetti positivi, questi, bilanciati da altri pesantemente negativi: quando s’arrabbiavano disfacevano filati, sporcavano la biancheria, mozzavano trecce, mescolavano la farina con il riso, annodavano le lenzuola, sottraevano polli e conigli, riuscivano perfino a far parlare gli animali… Atteggiamenti di poco conto, in fondo, se paragonati alla loro efferata consuetudine di nutrirsi di carne umana, e alla loro usanza di imbandire banchetti e danze nei cimiteri col favor delle tenebre.
Questi terribili costumi terrorizzavano gli abitanti delle contrade, i quali non ardivano uscire dopo il rintocco serale dell’Ave, giacche’ le fade vagavano per le stalle dove si tenevano i filo’, domandando se ci fossero uomini in stalla.
Se sovrappensiero qualche donna negava, penetravano all’interno per rapire i bambini. Gli stessi montanari potevano essere aggrediti, e in tal caso una loro coscia veniva inchiodata l’indomani sulla porta di casa.
Leggende e Fiabe sono state raccolte da Attilio Benetti nel volume “I racconti dei “Filo’ ” dei Monti Lessini” .
