Arte popolare cimbra
L’altopiano lessinico si distingue per alcune peculiarità artistiche che divengono i segni del sacro della montagna veronese: colonnette, pitture murali e capitelli.L’area “cimbra”, si identifica per una particolarità che potremmo definire unica, legata alla nascita ed allo sviluppo di una singolare forma espressiva, che si evidenzia quasi esclusivamente nella Lessinia orientale, le “colonnette votive”. Le prime tavolette in tufo risalgono alla metà del 1500 e nascono in funzione apotropaica contro la peste, che tante vittime mieteva tra le nostre valli. Queste sculture in altorilievo, si caratterizzano per la presenza di quattro figure, la Beata Vergine e il Santo Bambino al centro della descrizione, S. Rocco e S. Sebastiano ai lati, santi questi detti “adiutores”, preposti alle malattie da contagio. Cessata la peste e il conseguente bisogno di protezione, cessa anche la produzione di tavolette. Rimane però la tradizione che si evolve in una produzione di “colonnette” a pilastrino terminanti ad edicola dove troveremo scolpite le figure, solo della Vergine e del Bambino.
Sono le “colonnette del Madonnaro” che incideranno per tutto il secolo XVII e che troveremo sparse tra le contrade, sempre della Lessinia orientale. Tra le altre espressioni legate alla manifestazione visiva, quella che si evidenzia sia per il numero di opere (circa quattrocento) che per molteplicità dei contenuti, riguarda le pitture murali. Tali opere, non sempre “modeste” erano, e lo sono ancora, un essenziale mezzo di comunicazione ed espressione; in sostanza, un linguaggio. Ma le pitture murali, realizzate ad affresco e tempera, rappresentano innanzitutto, oltre che la testimonianza di un tipo di arte particolare, anche un sinonimo di fede, di fiducia cieca in tutto ciò che la sacralità esprimeva. La quasi totalità delle opere, rappresenta la figura della Beata Vergine nelle iconografie classiche (Madonna dei Sette Dolori, di Pompei, della Corona, l’Immacolata, il Rosario, l’Addolorata, il Carmine). Meno rappresentato è il tema cristologico; Cristo infatti rimane l’”Assoluto”, forse l’inavvicinabile; comunque le poche immagini che lo raffigurano diventano l’espressione della sofferenza della Croce, quella che ogni giorno ci si doveva “caricare”. Nelle rappresentazioni pittoriche la Beata Vergine è spesso accompagnata dai Santi “adiutores”, tanto cari al popolo, come ad esempio S. Bovo, S. Antonio Abate protettori degli animali, S. Rocco e S. Sebastiano, contro le malattie da contagio, Santa Barbara per il bel tempo, Santa Barbara e Santa Margherita per un parto sereno, S. Vincenzo per la siccità, S. Biagio per i mali della gola, S. Antonio da Padova, il “santo” per antonomasia, ed altri.
L
e opere che ancora si possono leggere, non datano mai precedentemente alla seconda metà del XVII secolo e non superano mai la prima metà del XX secolo. Purtroppo rare sono le firme dei pittori, localmente detti “madonnari”, che in cambio di un pasto e di un alloggio, lasciavano la loro opera. Qualche nome significativo: Giosuè Casella, Francesco Gugole, Benigno Peterlini, Pilloni e un certo Celestino Dal Barco che ha operato fino alla fine del’800.
Il paesaggio si distingue spesso anche per la presenza di particolari architetture conosciute con il nome di “capitelli”. I capitelli della Lessinia sono soprattutto edificati servendosi della stessa pietra che definisce la montagna e contengono quasi sempre l’immagine della Madonna. Generalmente l’etimologia popolare identifica come capitello qualsiasi immagine votiva che sporga da un muro, o qualsiasi segno di fede che la fantasia popolare abbia posto in questo o quel luogo. Il capitello può essere definito “edicola” quando è chiuso in una nicchia dov’è contenuta l’immagine venerata, o capitello architettonico quando l’icona sarà sostenuta da uno zoccolo su cui spesso appare la motivazione dell’erezione del manufatto. Il capitello nasce da motivazioni diverse, personali o comunitarie, ma la sua funzione sarà sempre legata alla protezione, come scudo contro i pericoli naturali e soprannaturali, evidenziando così la sua funzione apotropaica e rassicuratrice. Viene introdotta così quella certa funzione “magica” del capitello, spesso eretto come le croci, nei crocicchi, in crosara, sui dossi: itinerari abituali delle strie, delle fade, intese come forze malefiche, entità avverse. «Preti, dotòri e capitèi, leveve el capèl e rispetèi»… un proverbio che dice tutto.
(fonte: www.cimbri.it)
