da “L’ARENA” di Verona 5 maggio 2004:
A Velo, come del resto in tutte le località toccate dal pellegrinaggio, c’è un gran fermento. La parrocchia si è preparata fin dall’inverno precedente, con incontri di preghiera e catechesi. Nell’ultimo periodo erano diventati febbrili i preparativi per dare degna accoglienza alla statua e creare situazioni in grado di stupire quanti confluivano dalle contrade e dai paesi vicini per l’evento. Nelle case si erano preparati fiori di carta, addobbi, ricami, composizioni floreali, gigantesche corone formate con gusci d’uova colorati.
Gli interventi più impegnativi sono rappresentati dagli archi d’ingresso, sistemati sulle vie principali del percorso della statua, rivestiti con frasche di conifere. Ci sono scritte luminose in onore della Vergine e Paolo Pomari, sfruttando il congegno di un vecchio grammofono, è riuscito a far accendere a intermittenza la scritta «Gesù, Giuseppe, Maria», sopra un arco.
Gildo Castagna ricorda l’emozione dell’incontro alla Bettola con la statua che arriva da San Mauro: «Don Angelo, il parroco, fa un discorso pieno di entusiasmo che a sentirlo si resta incantati, tutti fermi e con la pelle d’oca. Sembra che sia venuto il Signore».
I frati predicatori, incaricati di infervorare i fedeli nei tre giorni di visita, caricano la dose di tensione: durante le funzioni un frate lancia il crocefisso per terra in mezzo alla chiesa e contemporaneamente fa spegnere tutte le luci e suonare la campana da morto Il popolo canta «Mira il tuo popolo o bella Signora» e «Noi vogliam Dio che è nostro Padre, noi vogliam Dio che è nostro Re». Ma tanti ricordano anche il canto imparato per l’occasione e insegnato dal curato don Andrea Bennati: «Oh, celeste Pellegrina, vieni e vedi questa terra/ devastata dalla guerra ed oppressa dal dolor./ Pellegrina di salvezza, china il capo tuo beato/ sulla terra del peccato, sulla terra dell’error./ Vieni, vieni a noi Regina, tu che ci ami e tutto puoi/ vieni e passa in mezzo a noi, vieni il mondo a consolar».
Le processioni per le contrade e fino a Camposilvano sono precedute dai Confratelli del Santissimo, congregazione dai tipici costumi bianchi e rossi, i cui aderenti portano fiaccole e stendardi. Li seguono le Figlie di Maria, giovani non ancora sposate, vestite di bianco e con il velo bianco in testa e un fiore in mano; le Madri cristiane, vestite di nero e con il velo nero; gli uomini, bambini e bambine con l’incarico di spargere petali di fiori sul tragitto, i chierichetti, i sacerdoti, la statua portata a spalle su una portantina.
L’evento colpisce profondamente la comunità civile e religiosa che dalla fine della guerra coglie la prima occasione per una vera festa di popolo.
Quarantanni dopo, nell’estate del 1993, l’associazione culturale Le Falìe ripropone una trasposizione teatrale della vicenda che ha così profondamente segnato la rinascita della comunità di Velo (vedi articolo qui sotto). Più di 60 persone, dirette da Alessandro Anderloni, rievocano, con la rappresentazione teatrale La Madona l’à portà la luce, i preparativi, l’arrivo e i tre giorni di festa del maggio 1950 per la Madonna Pellegrina. «La Madonna ha portato la luce», dicevano i paesani con le fiaccole alla processione nel paese illuminato a festa, e pensavano alla luce spirituale di una comunità che si ritrovava unita dopo le divisioni della guerra e delle fazioni. Fu un momento magico e la fine di un’epoca. Stavano per arrivare le luci dei neon e del consumismo
Vittorio Zambaldo
Mezzo paese fa rivivere l’evento in scena
La commedia ha fatto conoscere Le Falie, compagnia di vero teatro popolare
Ha richiesto sei mesi di lavoro e ricerche, ha impegnato una sessantina di attori presi fra anziani, giovani e bambini, tutti di Velo, un intero coro per sostenere la parte musicale, ma alla fine La Madona l’à porta la luce, scritta e diretta da Alessandro Anderloni, ha lanciato il teatro Le Falle di Velo ben oltre i confini della Lessinia, rappresentata ininterrottamente dall’estate 1993 fino al 2000, quando fu sostituita dall’altra commedia storica dello stesso Anderloni, La cattolica e l’ardito. L’opera racconta i preparativi e l’arrivo in paese, nel 1950, della statua della Madonna Pellegrina. Riprende con un verismo efficace e naturale, come solo la gente che interpreta se stessa sa fare, i discorsi in canonica, in famiglia, in piazza, nelle osterie. Quadri di un umorismo esilarante proprio perché prossimi a un sentire comune, alternati a momenti di riflessione pacata e convinta sulla guerra e la pace, il lavoro e l’emigrazione, la famiglia, l’amore e la preghiera.
Il coinvolgimento di un intero paese nella recitazione, al di là del risultato di eccellenza raggiunto dalla messa in scena, è stata una delle caratteristiche che più hanno fatto parlare del fenomeno Velo in tutta Italia. Il coinvolgimento di persone che alle scadenze previste per le prove o le rappresentazioni lasciano giochi, studio o lavoro per mettersi sul palco è stato il vero miracolo del paese. Tutti sembrano attori nati, mentre in realtà interpretano con naturalezza se stessi. La trama dello spettacolo ricalca gli avvenimenti raccontati ai protagonisti veri, diretti testimoni dell’evento di quel maggio del 1950. Il testo è scritto di fantasia dallo stesso Anderloni, mentre gli unici personaggi storici sono il parroco don Angelo Lonardi e il curato don Andrea Bennati. Il vescovo padre Flavio Roberto Carraro commentò: «Mi piace molto quanto sono riusciti a mettere in scena, perché hanno ricreato un’atmosfera reale, la stessa che anch’io ho vissuto in famiglia in quegli anni. Questo teatro e più vero della vita perché a volte, per timidezza, nella realtà non ci si esprime con quello che veramente passa per il cuore. La finzione teatrale può invece aiutare a interpretare la vita», (v.z.)
http://www.lefalie.it/
Sono state le localita’ d’origine, i mestieri,le tradizioni ma anche l’inventiva cimbra a ribatezzare le persone:
C’erano Vescovo,Papa e Santone
Soprannomi diventati proverbiali:
«E bravo come un Talamini»
Dalla A di Albi alla T di Tezza, si contano su due mani (Anderloni, Bonomi, Castagna, Comerlati, Gugolati. Pomari, Pozzerle e Stander) i cognomi più diffusi in paese. Scontato dover ricorrere ai soprannomi che spesso nascono da nomi propri come Celstino del.Giìio del Giò, per indicare un Celestino figlio di Virgilio e nipote di Gio Batta (Giovanni Battista).
Serve un soprannome per distinguere quattro diversi Giuseppe Castagna: ecco allora Bepi Tachente, Bepi Maiche, Bepi Mocoli e Bepi de l’Albo.
Ma è anche il nome della contrada a dare i soprannomi alle persone. C’è per esempio la contrada Viaverde che caratterizza con l’appellativo Verda tutte le ragazze che escono di casa per sposarsi altrove. Così Verdi e Verdei diventano anche i figli di una Verda.
Luigi, Bio in dialetto, per la sua corporatura è Bione (grosso Luigi) e capostipite di una genia di Bioni e Taddeo di tanti altri Taddei, come Girolamo di Momoli.
I soprannomi sono legati anche al mestiere praticato: Mori e Ferrari sono affibbiati a fabbri resi scuri in faccia dal fumo della forgia; Sele è un fabbricante di selle per cavalli e muli; Formeta richiama il lavoro del calzolaio che dava forma alle tomaie; Pansé pare derivi da un negoziante che usava sofisticati sistemi di misura (bilance, balanse, pansé); Mistro dal bel sasso e’ un muratore, scultore di un’apprezzata stele della Crocifissione che ancora si conserva; Pistori sono i Bonomi, panettieri che partendo dal forno di Velo hanno avviato la fortunata industria dolciaria con sede oggi a San Vitale di Rovere. In un paese dove era destino per i maschi di leva finire arruolati negli alpini, che ci fosse qualcuno fatto abile in fanteria doveva essere una rarità e forse anche un po’ dispregiativo al punto da portarlo come soprannome (Fante).Se le contrade (Comerlati, Foi, Tezze e Vanti) danno cognomi e soprannomi (da Foi arriva Foie e Foieto), dispensano anche riconoscimenti e titoli. Così troviamo un Frate, ma anche un Vescovo da Garzon e un Papa da Varalta, a Purga ci sono i Santoni e a Viaverde i Santini.
Il possesso di animali può distinguere due Marco: Marco Cavala e Marco Musso o l’abilità a far covare (El Ciochéta, da chioccia) Marco Musso e’ tra l’altro ricordato anche per le sue straordinarie doti di forza e resistenza perché pare fosse l’unico a salire dalla Valle dei Covoli con un sacco di mezzo quintale di farina in spalla: uno per lui e un altro sulla groppa del «musso». Ma anche un orto o una particolare ricetta di famiglia possono avviare una stirpe come i Capussi (da cavolo cappuccio) per esempio, che sono tutti originari dalla località Salaorno. Hanno riferimento a caratteristiche fisiche di un antenato i Longhi dal Campe, i Grisi, i Bianchi, i Rossi, i Barbeta, i Lustri, mentre deriva dal paese d’origine (Caprino) una discendenza di Cavrinato.
Nigrizia dei Foi era così chiamato per la carnagione scura un abitante di contrada Foi, dove prevalevano le caratteristiche cimbre dei residenti, con occhi e capelli chiari. Chitara, Storti e Fontani arrivano tutti dalla frazione Camposilvano, come i Bruti, i Teofili e la Vecia
cica , probabilmente con l’abitudine non rara fra le donne di un tempo di aspirare polvere di tabacco dal naso, ritenuta curativa.
C’è perfino un cognome, quello di Talamini, ambulante esperto stagnino, che è diventato sinonimo di bravo artigiano. Chi riparava a dovere utensili e attrezzi veniva dichiarato più bravo di Talamini e con il soprannome Talamini erano indicati i fratelli Agostino e Antonio Corradi di contrada Cunek, armaioli provetti.
A scuola portandosi la legna per accendere la stufa
I bambini della scuola materna negli anni Sessanta: ci sono le suore e tutti portano il grembiule bianco. In basso , ragazze del doposcuola negli anni Trenta con ricami fatti con Itala Fracasso( nella foto)
Le scuole erano aperte a Velo e nelle frazioni Azzarino e Garzon già in epoca austriaca, obbligatorie per i bambini dai 6 ai 9 anni. Il Regno d’Italia arrivò nel 1866 ma l’obbligo scolastico fu istituito solo nel 1877. Sei anni prima a Velo in un censimento risultava che su 100 firme di capifamiglia c’erano 27 croci. Nota caratteristica è che a essere in maggioranza analfabeti non sono gli agricoltori, come ci si aspetterebbe, ma artigiani e commercianti, segno che la proprietà terriera dava allora anche condizioni di vita migliori.
Il numero degli analfabeti era inversamente proporzionale allo stipendio degli insegnanti: tanto più alto il primo quanto più basso il secondo. Nel 1853, a Velo un maestro guadagna quanto un guardaboschi. Sebbene esista l’obbligo della frequenza, gli alunni mancano spesso alle lezioni: in inverno per colpa della neve, nella bella stagione perché le famiglie li impegnano nella custodia delle greggi al pascolo e nei lavori agricoli.
Sotto l’Austria erano considerate assenze giustificate la raccolta del frumento e dei bachi da seta. Con il Regno d’Italia vengono potenziate le scuole serali e festive, destinate agli adulti. Nelle contrade le scuole durano fino agli anni Sessanta del secolo scorso, poi è il calo demografico a decretarne la morte. Anche la miglior viabilità contribuisce alla concentrazione delle scuole in un unico luogo (generalmente il capoluogo), però è dimostrato negli anni che la chiusura di una scuola è effetto, ma anche causa del decremento demografico. Nel 1871 viene istituita una scuola femminile, tenuta dallo stesso maestro dei maschi, ma in un locale separato, a cui si accede da un ingresso diverso, e funzionante solo da maggio ad agosto, con orario ridotto di solo due ore giornaliere, con un’ora aggiuntiva di economia domestica.
Una particolarità delle scuole sotto l’Impero asburgico è che non era affatto imposto l’uso della lingua tedesca; l’italiano era una delle 13 lingue insegnate nel vasto Stato multinazionale, la cui dinastia poteva risultare simpatica ai ragazzini, visto che c’era un giorno di vacanza a ogni parto dell’imperatrice. Più preoccupazione destava la libera circolazione di libri proibiti. Nel 1851 il governo di Vienna invita i Comuni ad accertare chi abbia acquistato il libro II ritorno dell’itala bandiera e raccomanda di controllare anche i libri di testo adottati. La popolazione fa grandi sacrifici per avere scuole vicine alle contrade perché capisce che l’istruzione è l’unica via per scrivere un destino diverso per i propri figli. Ma le aule non bastano: a volte si fatica perfino a trovare gli insegnanti per i bassi stipendi che sono a carico dei Comuni. Difficilissime le condizioni anche nel periodo del regime fascista, che pure aveva promosso la riforma della scuola, il risanamento degli edifici e l’obbligo di insegnare l’igiene con tanto di voto in pagella. Fa cosi freddo in certe aule che ghiaccia l’inchiostro nei calamai e per alcune settimane invernali vengono sospese le lezioni, nonostante siano gli alunni a dover provvedere al riscaldamento, portandosi da casa un ciocco di legna da mettere nella stufa della scuola. Itala Fracasso, maestra originaria di Lazise, spese una vita per l’insegnamento a Velo, che le ha dedicato le scuole elementari. Morì nel 1938, dopo aver creato laboratori di ricamo, scuole di lavoro per le ragazze, di economia domestica e di galateo. Visse sempre in canonica, facendo anche la perpetua al parroco.
Nonostante le difficoltà la scuola continua e forma anche ottimi alunni. Nel 1951 sono tre i laureati che sono partiti dalla scuola di Velo, 12 i giovani con il diploma di scuola superiore, otto con la licenza media e 1.087 quelli con la licenza elementare, a fronte di ancora 52 analfabeti.
Trentanni dopo (1981) i laureati sono diventati quattro, 32 i maturandi, 162 i licenziati dalla scuola media e solo 394 quelli dalla scuola elementare, per effetto del calo demografico, a fronte però di soli otto analfabeti, (v.z.)
Furono i meno abbienti a dare di piu’ per realizzare il centro di animazione civile soldi e lavoro gratuito per costruire il patronatoL’idea di un monumento non solo per celebrare, ma che fosse opera utile alla comunità per ricordare, nacque l’8 aprile 1940 poco dopo l’arrivo in paese del nuovo parroco, don Marcellino Orlandi. Si costituì un comitato con il compito di sovrintendere alla raccolta dei fondi necessari e alla realizzazione dell’opera che prese poi il nome di patronato Caduti.
Il lavoro fu affidato all’ingegnere Enea Ronca di Verona e al capomastro Giovanni Battista Paggi da San Francesco di Rovere.
Così ne parla il parroco nella cronaca dell’epoca: «Si trattava di valorizzare il sacrificio di 60 caduti attraverso un’opera che avrebbe potentemente contribuito all’elevazione morale e civile di una intera popolazione di 2.000 anime. Molte anche le difficoltà materiali: demolizione di un rustico; sterro e trasporto di 700 metri cubi di materiale in prevalenza roccioso; solo 60mila lire a disposizione; organizzazione di un lavoro (sterro, trasporti di materiali, turni di giornate gratuite) che molto esulava dall’ordinario». Non tutti erano entusiasti se il parroco annota: «Tra la popolazione i più intelligenti e buoni aderirono subito; la maggior parte ritenne possibile la realizzazione in dieci anni; una minoranza ostacolò». Questi non avevano tenuto conto della benedizione di don Giovanni Calabria, non ancora santificato, ma già santo, che da Camposilvano, dov’era solito recarsi per qualche momento di riposo, aveva benedetto l’opera e ringraziato il Signore «perché l’aveva ispirata». Alla posa della prima pietra, il 15 aprile 1947, presero in mano la zappa tutti quanti, parroco compreso. Gli operai della vigna, a qualsiasi ora arrivassero e per quanto restassero, venivano tutti evangelicamente pagati con la stessa misura: un quarto di vino e una sigaretta.
In un anno e mezzo l’opera fu conclusa chiudendo la spazio fra la chiesa e la canonica. Misura 20×11 metri, alta una decina di metri sul lato della piazza e 15 metri dalla strada sul lato opposto. Ha un porticato sotto il quale sono sistemate le foto dei caduti, un seminterrato rustico, un salone trasformato in teatro e sei aule al piano superiore. «Elevare la popolazione con sani svaghi, adunanze, doposcuola, esercizi in ambienti sani e belli e in un clima di serena fraternità umana e cristiana», sono gli obiettivi che elenca il parroco nel libretto celebrativo stampato in occasione dell’inaugurazione il 15 luglio 1948.
Metà opuscolo è occupato dall’elenco degli offerenti e delle offerte, divisi per contrade. Ci sono molte donne che oltre ai soldi hanno dato anche giornate di lavoro gratuito. Non mancano gli offerenti da fuori parrocchia né le rimesse di emigrati dalla Francia. Don Marcellino precisa: «I poveri hanno risposto meravigliosamente; abbastanza il ceto medio; meno bene i più abbienti».
Grazie comunque al lavoro di tutti il paese ha potuto dotarsi di una struttura ancora oggi funzionante e che gli ha permessoci dare uno spazio dignitoso a un fermento di iniziative che dal dopoguerra non si è ancora fermato (v.z.)
LA MADONNA PORTO’ LA LUCE, POI FU IL NEON il pellegrinaggio del 1950 segno’ la fine di un era e l’inizio della modernita’
6 maggio 1950 arriva in paese la Madonna Pellegrina. È una statua della Vergine che passa di paese in paese, un pellegrinaggio che la Chiesa ha voluto come voto per la fine della guerra e per rappacificare un tessuto sociale dilaniato dalla lotta fratricida prima e dalle polemiche politiche poi, seguenti alle elezioni del 1948 in cui la Democrazia Cristiana, con l’appoggio del clero, riuscì a battere il Fronte popolare formato da comunisti e socialisti. La statua, portata in processione sull’altopiano della Lessinia, arriva dal santuario di La Salette di Fumane e prima di fermarsi per tre giorni a Velo, ha fatto tappa a San Mauro. Sono i fedeli di una parrocchia che accompagnano la statua in processione fino al confine del proprio paese, affidandola poi ai fedeli della parrocchia confinante.
Qui a sinistra, in una fotografia del primo Novecento, il centro del paese in un giorno di festa: forse c’è stata messa grande (prime comunioni?), perché i ragazzini indossano il vestito buono, anche se molti portano le sgalmare (gli zoccoli di legno, calzatura del popolo). Solo sul sagrato ci sono lastre di pietra, altrove non c’è selciato: mancano, infatti, in Lessinia, i ciottoli di fiume usati in pianura, materia prima a buon mercato, per fare il selciato, e ovunque in paese si cammina sulla terra battuta. Questa inquadratura è rimasta quasi immutata nel tempo, tanto che le Falie l’hanno usata per una scena d’esterno nel film girato sulla sceneggiatura della commedia «La cattolica e l’ardito», ora disponibile anche in videocassetta: coperto l’asfalto con una camionata di terra, rimossi o coperti cartelli stradali e insegne, sul set il paese è tornato come negli anni Venti del secolo scorso.